Un ricordo… delle vecchie concerie a Galatina

La concia delle pelli è una delle più antiche attività praticate dall’uomo fin dall’età paleolitica. Una prima forma rudimentale consisteva nello spalmare la pelle scuoiata con i grassi dello stesso animale (cervello e midollo osseo) e nel metterla ad essiccare al sole. Il grasso, sciogliendosi, penetrava nei pori della pelle rendendola più morbida e imputrescibile. Altri sistemi prevedevano l’uso di fumi resinosi, dell’allume e del tannino.

A Galatina questa attività risale a tempi molto remoti, anche se le prime notizie documentate risalgono al Quattrocento. Le informazioni diventano più numerose verso la fine del Settecento, quando si registra la presenza di 120 commercianti di pelli che, oltre a partecipare al mercato del giovedì e alle tre grandi fiere (Ascensione, Corpus Domini e Santa Caterina), vendevano i loro prodotti in tutto il Regno di Napoli.

Domenico Tommaso Vanna ricorda inoltre che nel 1854, quando Galatina contava 9.844 abitanti, l’industria «più importante e più lucrosa per coloro che se ne occupano è la fabbrica dei cuoi e la concia delle pelli». Grazie a essa diverse famiglie raggiunsero un buon tenore di vita e più di cento persone ne traevano sostentamento. Il lentisco e le cortecce di lizza necessari alla lavorazione provenivano dai boschi e dalle macchie dei paesi vicini, in particolare da Nociglia, Borgagne, Roca e Nardò.

All’epoca si contavano 35 conciatori, 5 tintori e 25 botteghe di concia. Nel 1888 i conciatori erano 24, mentre l’intera provincia di Lecce ne registrava 343 con 69 concerie. Le pelli prodotte consistevano soprattutto in cuoi per suole e tomaie, provenienti in gran parte dai macelli provinciali. Altri 1.347 chilogrammi di pelli bovine venivano importati principalmente dall’Austria e dall’America del Nord attraverso i porti di Gallipoli, Brindisi e Taranto, per un valore di 25.620 lire, compensato da un’esportazione di 14.233 lire.

La lavorazione trasformava le pelli putrescibili — ricavate da equini, suini e soprattutto bovini — in pelli imputrescibili e commerciabili. La prima fase consisteva nello stendere le pelli grezze e asportare peli, epidermide e parti commestibili come labbra, coda, fianchetto e carniccio; da quest’ultimo, composto da carne e grasso, si ricavavano colla e concimi. Per facilitare la depilazione, le pelli venivano trattate con un impasto di calce e solfuro di sodio applicato sul lato carnoso. Seguiva la calcinazione con l’aggiunta di soda caustica e acido solforico, dosati in proporzione al peso e al volume delle pelli, così da conferire elasticità, morbidezza e resistenza.

Si passava poi alla scalcinatura per eliminare l’eccesso di calce e soda, preparandole alla concia. Le pelli, dette “in trippa”, venivano immerse in vasche contenenti tannino naturale acquistato in pacchetti, costituiti da cortecce di pino, foglie e cappelletti di ghiande macinate, ottenendo così la concia vegetale. Successivamente erano trasferite nel “tannino lento”, cioè diluito con acqua e aumentato gradualmente ogni giorno. Dopo diversi giorni le pelli venivano tolte dal bagno, lavate, spremute nei torchi ed essiccate. Questa prima lavorazione era seguita da altre operazioni a seconda della qualità desiderata.

Per ottenere pelli morbide da selleria, ad esempio, dopo l’essiccazione venivano immerse per circa un’ora a 80 °C in un bagno di “sgrascio” con foglie di mirto. Se invece si doveva produrre cuoio per suole, non si procedeva allo sgrassaggio ma alla battitura, che rendeva il materiale più compatto. Successivamente le pelli venivano tagliate in due parti con i “ferri a margherita”, ottenendo due sezioni dette “schiappe”. La tintura all’anilina o con altri coloranti basici era seguita, per le qualità più pregiate, dal trattamento con olio di pesce o di balena; l’operazione finale consisteva nella snodatura e lucidatura.

Nell’Ottocento tra le aziende attive a Galatina figuravano quelle di Tondi, Vallone, Antonaci, Lisi, Marrocco e Sabella. Nei primi del Novecento operava la ditta Fratelli Marrocco, attiva fino al 1956 grazie all’aggiornamento tecnologico: negli anni Trenta contava 23 operai e un meccanico addetto alla sala motori. Inizialmente situata in via Roma all’angolo con via Principessa Mafalda, negli anni Trenta si trasferì nell’ex cantina sociale alle spalle della stazione.

La ditta Tondi, presente agli inizi del secolo, si occupava di piccola concia. Altre concerie erano ubicate in via Cafaro, via Pepio, all’angolo tra piazza Dante Alighieri e via omonima (Antonaci), in via Campania (Piero Serra) e in via Sogliano. Grazie alla moderna attrezzatura — vasche, cilindri e pompe a combustione — le imprese galatinesi erano tra le più importanti della Puglia.

L’ultima azienda operante a Galatina, attiva fino al 1993, fu quella dei Sabella, situata in via San Lazzaro, oltre la chiesa dei Bianchini di San Biagio. Negli anni Ottanta, con l’avvento delle tecnologie industriali avanzate, le piccole botteghe artigianali lasciarono progressivamente il posto alla grande industria, facendo dimenticare alle nuove generazioni un’attività antica e intensa che per secoli fu la regina delle manifatture galatinesi e contribuì in modo decisivo alla prosperità della città.