GLI STAGNINI A Galatina: MEMORIA DI UN MESTIERE
SCOMPARSO
Le notizie sugli antichi stagnini di Galatina,
come in tutto il Salento, si inseriscono nel più ampio contesto della
riscoperta dei mestieri artigianali tradizionali oggi scomparsi o in via di
estinzione. Queste figure, un tempo fondamentali per l’economia domestica e
contadina, rappresentavano un punto di riferimento indispensabile nella vita
quotidiana, quando nulla si buttava e tutto veniva riparato, adattato e
riutilizzato.
Negli anni Ottanta a Galatina erano ancora attivi due stagnini molto stimati per la loro abilità e professionalità: Mesciu Angiulino e Mesciu Pietru, veri maestri di un’arte tramandata per generazioni.
Mesciu AngiulinoTodisco: l’artigiano universale del rame
Mesciu Angiulino Todisco aveva il laboratorio in via
Lillo “alla Staffa”. Era conosciuto come un artigiano completo: riparava e
costruiva pentole, sistemava le menze (contenitori per trasportare
l’acqua), realizzava pompe in rame per i trattamenti agricoli e produceva
pluviali per tetti in eternit. Non si limitava alle riparazioni: era capace di
fabbricare su richiesta qualsiasi oggetto metallico necessario alla vita
domestica o rurale.
Era ricordato come un uomo semplice, cordiale, sempre disponibile con i
clienti, qualità che contribuivano a rafforzare il rapporto di fiducia tra
artigiano e comunità.
Un
ricordo di mesciu Angiulino e Andrea Ascalone — anni ’70
Un
giorno dovevo realizzare dei contenitori per alcuni trasmettitori e andai al
laboratorio di mesciu Angiulino per chiedergli consiglio. Il suo laboratorio
era uno di quei posti che oggi non esistono quasi più: odore di ferro lavorato,
attrezzi consumati dal tempo, il banco segnato da mille lavori diversi e quella
luce che entrava di lato dalla porta socchiusa.
Appena
entrai trovai Angiulino impegnato in una discussione piuttosto animata con
Andrea Ascalone. Stavano parlando delle forme per pasticciotti che Angiulino
aveva realizzato su commissione per lui, ben duecento pezzi. Andrea, che di
pasticceria se ne intendeva davvero, sosteneva che quelle forme erano fatte con
lamiera più spessa rispetto a quella antica che possedeva, ereditata dal nonno.
Diceva che, con quelle nuove, i pasticciotti sotto non cuocevano bene.
Angiulino, con la calma di chi conosce il proprio mestiere,
ribatteva che la lamiera era dello stesso spessore di quella che Andrea gli
aveva portato come modello. Secondo lui non era mai esistita una lamiera più
sottile: semplicemente, con il passare degli anni e dei lavaggi quotidiani, lo
spessore delle vecchie forme si era consumato un poco. E parlavamo di stampi
vecchi di decenni, forse di generazioni.
Andrea continuava a essere dubbioso, ma lo si vedeva
riflettere. Disse che allora avrebbe dovuto solo trovare la temperatura giusta
per cuocere con quelle nuove forme.
A quel punto si rivolse a me, quasi cercando un arbitro:
«Secondo te è possibile che sia come dice lui?»
Io gli mostrai la mano e l’anello del Rosario d’oro che
portavo al dito. «Vedi questo? Col tempo si sta consumando. Se si consuma
l’oro, figurati la lamiera lavata ogni giorno con la retina.»
Ci fu un attimo di silenzio. Andrea guardò l’anello, poi le
forme, poi Angiulino. Si vedeva proprio il momento in cui capì.
Se ne andò più tranquillo, senza più discutere. Ma la
storia non finì lì. Dopo cinque minuti tornò con un vassoietto e sopra c’erano
cinque pasticciotti ancora caldi. Li appoggiò sul banco e disse, con mezzo
sorriso:
«Va bene, avete ragione voi… però il tempo di cottura lo devo ancora trovare.»
Li mangiammo lì, in piedi, tra odore di metallo e profumo
di crema calda. E in quel momento capii una cosa: i veri maestri non sono
quelli che non sbagliano mai, ma quelli che sanno cambiare idea quando
capiscono di aver imparato qualcosa.
Mesciu Pietru Giaccari: precisione e versatilità
Mesciu Pietru Giaccari aveva invece la sua bottega in via
Turati, nei pressi dell’arco della Porta di San Pietro. Oltre alla riparazione
di menze e utensili vari, era specializzato nella saldatura dei radiatori per
automobili e nella sigillatura dei feretri, attività che richiedevano grande
precisione tecnica. Anche lui era conosciuto come una persona alla mano, seria
e competente, capace di adattarsi alle esigenze più diverse della clientela.
Il mestiere
dello stagnino nella tradizione locale
Il ruolo dell’artigiano
Lo stagnino — in dialetto stagnaru — era un lavoratore del metallo
esperto nella riparazione e nella stagnatura di recipienti in rame, stagno e
latta. In un’epoca in cui le famiglie possedevano pochi utensili ma li
utilizzavano per tutta la vita, la sua presenza era indispensabile. Le botteghe
spesso erano attività familiari tramandate di padre in figlio, veri piccoli
laboratori di sapienza manuale.
La stagnatura del rame
Uno dei compiti principali consisteva nel rivestire l’interno delle pentole di
rame con uno strato sottile di stagno. Questo procedimento era essenziale per
evitare la formazione del verderame, sostanza tossica che si sviluppa quando il
rame entra in contatto con cibi acidi. La stagnatura veniva ripetuta
periodicamente e richiedeva abilità, velocità e precisione nel controllo del
fuoco e della fusione del metallo.
Lo stagnino ambulante
Non tutti lavoravano stabilmente in bottega. Molti stagnini giravano per le
campagne e i vicoli dei centri storici con biciclette o carretti, annunciando
il loro arrivo con richiami caratteristici. Riparavano gli oggetti direttamente
sul posto utilizzando saldatori riscaldati al fuoco, verghe di stagno, pinze e
soluzioni acide per pulire il metallo. Questa presenza itinerante contribuiva a
creare un forte legame sociale tra artigiano e popolazione.
Il baratto e l’economia rurale
Fino a buona parte del Novecento, il pagamento avveniva spesso tramite baratto:
uova, vino, olio, ortaggi o altri prodotti agricoli sostituivano il denaro.
Questo sistema rifletteva la struttura economica del territorio, basata
sull’autosufficienza e sugli scambi diretti.
Un mestiere
legato alla storia sociale
La diffusione degli stagnini è strettamente
collegata alla realtà economica del Sud Italia tra XIX e XX secolo, quando
l’acquisto di utensili nuovi era costoso e raro. Riparare era più conveniente
che sostituire, e l’artigiano rappresentava una figura essenziale per
prolungare la vita degli oggetti. Con l’avvento dei materiali industriali,
dell’acciaio inox e della plastica, la richiesta di questi servizi diminuì
progressivamente fino quasi a scomparire.
Memoria e valorizzazione
Oggi la figura dello stagnino sopravvive
soprattutto nella memoria collettiva e nelle iniziative culturali dedicate ai
mestieri antichi. Associazioni locali e manifestazioni folkloristiche
organizzano dimostrazioni pratiche, esposizioni di utensili e racconti orali
per preservare questo patrimonio di conoscenze manuali e identità sociale.
Spesso lo stagnino viene ricordato insieme ad
altri artigiani tradizionali, come i quatari (calderai), anch’essi
protagonisti della cultura contadina salentina. Queste professioni non erano
solo lavori, ma veri simboli di un’epoca fondata sull’ingegno, sul riuso e
sulla manualità.
gli stagnini di Galatina non furono soltanto riparatori di pentole, ma
custodi di un sapere tecnico e umano che racconta la storia di una comunità,
del suo modo di vivere e della sua capacità di adattarsi con creatività alle
necessità quotidiane.