Ubicazione e Storia
La splendida chiesa, dichiarata Basilica
Minore Pontificia nel 1992 , affaccia su piazza Orsini.
Fatta realizzare da Raimondello Orsini del Balzo ed iniziata nel
1383(1), poteva dirsi già compiuta nel 1391(2). Quest’ultima data è incisa
sull’architrave della porta laterale della chiesa, posta alla sinistra
dell’osservatore.
E furono costruiti anche il monastero Orsiniano, che non è più quello
che noi vediamo oggi ricostruito a ridosso della chiesa, e l’ antico
Ospedale, con diritto di patronato, attualmente denominato Palazzo
Orsini e adibito a sede del Municipio.
Stile
Lo stile della Basilica orsiniana, una delle chiese più caratteristiche
dell’Italia meridionale, sia per la sua architettura e sia per i suoi
affreschi, è costituito da una rara commistione di diversi elementi dello
stile Romanico e del Gotico, i quali, senza mai alterarsi in una completa
fusione, sono sempre strettamente collegati e connessi insieme: è il romanico
pugliese, che trae la sua origine dal Romanico, con un qualche influsso bizantino,
senza mai dimenticare la contemporanea presenza del Gotico, con influssi e
ascendenze normanni. (3)
Facciata
La facciata, dalla linea di un purissimo romanico, è tricuspide
con tre portali splendidamente ornati da intagli in pietra leccese, in
doppia fascia su quelli laterali e su tripla fascia su quello centrale. La
cuspide centrale sovrasta di molto quelle laterali. Al fastigio, sotto il
cornicione, essa è ornata con archetti rampanti ciechi a tutto sesto
trilobati. Lo stesso motivo decorativo adorna anche le cuspidi minori e ricorre
sulle pareti superiori della navata maggiore e sulla parete della navata minore
di destra. Su quella di sinistra esso è scomparso a motivo della nuova
costruzione seicentesca del convento addossato alla chiesa. Il portale
principale ha un pròtiro, ridotto ora a due colonne che poggiano su due leoni
stilofori e sorreggono due aquile. In origine il pròtiro si componeva di
quattro colonne e il sagrato, con un declivio da uno a cinque gradini davanti
alla chiesa, era delimitato da quattro esili tronconi di colonne marmoree che,
avanzi del primitivo convento, erano state poste a uguale distanza tra loro a
due metri dalla facciata (come si può vedere nell’opera di P.Cavoti). Sull’architrave
del portone centrale, il bassorilievo di Gesù assiso tra i dodici Apostoli richiama
la decorazione dei sarcofagi romani del IV secolo.
La facciata centrale è divisa orizzontalmente in due sezioni poste su piani
differenti: la superiore rientrante e la inferiore sporgente. La sezione
superiore, ornata con archetti rampanti, ha tre acroteri: una croce al centro,
San Francesco d’Assisi, a destra, e San Paolo Apostolo, a sinistra. Al
centro il magnifico rosone che illumina l’interno. Anche questo è
contornato da due fasce riccamente intagliate e sormontato da un mezzo
architrave aggettante di pietra finemente intagliata. Dodici esili colonnine, a
guisa di raggiera, partendo dall’esterno si fermano intorno ad un cerchio più
piccolo che racchiude l’arma dei Del Balzo, a vetri colorati legati in piombo.
Le cuspidi minori, un po’ rientranti, sono ornate come la maggiore, con
archetti rampanti, ed hanno due grandi occhi ciascuna: i maggiori, verso
l’esterno, ed i minori, dalla parte interna, collocati in asse con i portali
laterali.
Seguendo l’esame esterno dell’edifico, dopo le tante caratteristiche che ci
riportano al romanico, ecco alla fine la ‘testa’ della grande nave, una
grande edicola di forma ottagonale che ne costituisce l’abside, in uno
stile dalla purissima linea del gotico-pugliese. Quest’ultima campata, o
coro, viene aggiunta al restante corpo della Basilica da Giovanni Antonio
Orsini del Balzo, intorno al 1460. Questa parte che doveva servire al grande
edificio "quasi di lanterna per renderlo luminoso" si differenzia
molto anche architettonicamente dal restante corpo di fabbrica. E’ costruita su
una base di forma ottagonale, con sette grandi finestre a strombo interno ed
esterno, cinque delle quali sono aperte e due murate. Fasci di colonne
polìstili, polianulari suddividono il perimetro interno in otto lati. Le grandi
luci delle finestre (m. 7 di altezza) si aprono sui muri perimetrali, divisi
dalle colonne, e poggiano su mensole con fregi a piccoli archi. Lo stesso
motivo ornamentale degli archetti trilobati è ripetuto al vertice. La cupola
esterna è nascosta da una balaustra traforata cuspidale, conservata in parte; e
la sua copertura è a scalea. Sempre all’esterno le grandi finestre sono
sormontate dalle armi delle famiglie: del Balzo, Orsini, d’Enghien, Colonna e
Clermont, inquartate.
Interno
L’interno della Basilica, di grandi proporzioni e “maestoso” come ha
detto il De Giorgi, è a cinque navate,terminanti tutte con un’abside,
con le due intermedie adibite ad ambulacri. La navata centrale, lunga 50 metri,
dalla porta al coro, si slancia verso l’alto, essendo molto più larga e
sovrastando di molto le navate laterali minori. Da questa, centrale, si accede
ai deambulacri e da essi alle navate laterali per mezzo di tre grandi archi a
sesto acuto, ribassato. Fasci di sette colonne polìstili dividono la nave
centrale in tre campate, mentre il presbiterio e il coro absidale
fanno parte a sé. Il vivo dei quattro angoli di ogni campata è smussato da
fasci di tre colonne ciascuno. La colonna più sporgente del fascio di sette, di
diametro maggiore delle altre, regge l’arco divisionale che poggia su dei
capitelli molto belli; le seconde, prive di capitelli, sorreggono dei costoloni
ornamentali; le altre due che seguono, sormontate da capitelli, reggono i
costoloni che, innervandosi nella volta e congiungendosi nella chiave, ne
producono la suddivisione a vele; le ultime due, aderenti alle pareti, reggono
altri costoloni che seguono la linea esterna della parete. La quarta campata,
corrispondente all’attuale presbiterio, costituiva l’abside della chiesa
costruita da Raimondello ed era sopraelevata rispetto al restante piano della
chiesa. Quattro colonne anulari, sormontate da capitelli, sorreggono i
costoloni delle vele, mancando quelli ornamentali. Tutte queste superfici sono
ricoperte dai cicli pittorici dei tantissimi affreschi.
Gli Affreschi
L’interno è tutto una pinacoteca. Pareti, pilastri, archivolti e volte:
affreschi dappertutto, i cui lavori, opera della committenza di Maria
d’Enghien, proseguirono per tutta la prima metà del ’400. Per essi si veda
in specifico, oltre a tutti gli altri che pure ne hanno trattato, il volume di
mons. Antonaci, Gli Affreschi di Galatina, Milano, Maestri, 1966. Qui essi sono
suddivisi nei seguenti cicli pittorici, prendendo come guida la loro
collocazione, topica, partendo dall’ingresso centrale e procedendo verso
l’abside: ciclo dell’Apocalisse, sulle pareti e sulla volta della prima
campata; ciclo della Genesi, sulle pareti della seconda campata; ciclo
ecclesiologico, sulla volta della seconda campata; ciclo cristologico,
sulle pareti della terza campata; ciclo angelologico, sulla volta della
terza campata; ciclo agiografico, soprattutto sulle pareti e sulla volta
del presbiterio, ma anche altrove, sparso un po’ in tutta la chiesa; ciclo
mariologico, soprattutto sulla volta e sulle pareti della navata minore
destra ed anche, un po’, in tutta la chiesa. A questi cicli di affreschi,
occorre aggiungere la rappresentazione delle Virtù (le quattro
cardinali, le tre telogali più la Pazienza), tutte nelle vele della prima
campata. E poi, inoltre, gli affreschi del coro e dell’abside, quelli
dell’ambulacro destro e quelli della piccola abside sulla parete esterna della
navata minore destra; e, infine, quelli dell’ambulacro sinistro e quelli della
navata minore sinistra. In tutti questi affreschi si sente quasi un’eco
della lezione francescana del Poverello d’Assisi: la storia dell’uomo intesa
come storia dell’Amore di Dio.
Per la vastità dei cicli pittorici di tali affreschi, la Basilica di
Galatina è seconda solo alla Basilica di San Francesco d’Assisi.
Arredi Sacri
Il Tabernacolo
La chiesa è ricca anche di arredi sacri, in legno, tra i quali è da
ammirare il Tabernacolo, di fra’ Giuseppe da Soleto, il più grande e più
mirabile della provincia riformata di S. Nicolò. Nessun dubbio sulla sua
autenticità, soprattutto nella considerazione che sia nelle grandi linee e sia
in molti particolari esso è molto simile ad un altro tabernacolo, che lo stesso
Frate eseguì nel 1667, per il tempio di S. Croce di Palazzo, a Napoli, e che
oggi si trova nella chiesa francescana di S. Giovanni del Palco in Lauro, a
Taurano, in provincia di Avellino. L’esemplare di Taurano, come ancora di più
il nostro di Santa Caterina, mostra evidenti accordi di intaglio e di pittura
(eseguiti, in perfetta intesa di intenti e di comunità di vita, da fra’
Giuseppe da Soleto e da fra’ Giacomo da S. Vito), con la replica di alcuni
soggetti pittorici: Gesù benedicente, con il globo in mano, sul prospetto
principale, e San Francesco d’Assisi e Sant’ Antonio di Padova, nei riquadri
laterali. La collaborazione tra i due artisti, anche per quanto concerne questo
tipo di opere, a Galatina, è ormai in atto. E qui, fra’ Giuseppe da Soleto,
preparò la sua "opera d’arte pregevolissima", come la qualificò il De
Giorgi nel 1884, per l’altare principale della chiesa di Santa Caterina, dove
essa è rimasta fino agli inizi del XX secolo. Il Tabernacolo si compone di tre
ordini architettonici sovrapposti, con un basamento ed una cupola. Fregi,
pannelli e cornice sono tutti riccamente intagliati. Sono, inoltre, degni di
nota i pannelli del primo piano con Adamo ed Eva sotto l’albero del peccato,
con il serpente intorno al tronco; al secondo, l’albero, è trasformato nel
segno della redenzione, la Croce, intorno alla quale si avvolge una vite
lussureggiante. Dopo quasi un secolo di abbandono quest’opera monumentale è
stata recuperata con un prezioso intervento di restauro e attualmente, dal
1997, si trova collocata nella parte absidale della navata sinistra della
chiesa, avendo altresì recuperata la sua primeva funzione di custodia del
Santissimo.
Armadio-Reliquiario
Oltre al Tabernacolo ligneo, di cui sopra, occorre fare menzione della
pregevolissima opera d’intaglio costituita dall’armadio-reliquiario, in
noce, che trovasi in sagrestia. Benché questo grande stipo sia anonimo e non si
trovi riscontro presso altre sagrestie della Serafica Riforma della
Puglia, la disposizione delle masse, i motivi ornamentali, la fuga delle
sequenze floreali sulla trabeazione, la delicatezza dell’esecuzione dello
scomparto superiore, le pseudopirografie dell’interno, replicate sul
Tabernacolo, indicano quasi certamente le stesse presenze e la stessa
manifattura dell’altra opera d’arte. E qui si volle combinare la funzionalità
di un mobile, costruito per custodire le sacre vesti, con quella di più grandi
pretese di un grande reliquiario. Anche questo armadio sembra essere di fra’
Giuseppe da Soleto, il caposcuola degli intagliatori riformati del Seicento. Ma
forse, molto probabilmente, il bancone inferiore non gli appartiene. Sempre nel
Seicento, i Minori Osservanti della Serafica Riforma di S. Nicolò che hanno
avuto dimora a Galatina e hanno officiato in questa chiesa di S. Caterina,
hanno altresì apportato delle innovazioni anche nella chiesa. Così, mancando la
chiesa di un coro, questo viene costruito in legno, in noce finemente
lavorato e intarsiato, e viene collocato nella terza campata della nave
centrale, addossato alle pareti. Fatto, questo, che ha portato alla distruzione
di diverse pitture ed anche al guasto e alla rovina di alcuni pilastri. Oggi,
però, tale manufatto è andato distrutto. Ancora una innovazione viene operata
dai Padri Riformati nel ’600, con la costruzione di un pesantissimo organo
che viene addossato alla parete di sinistra della seconda campata, in alto; con
la distruzione di altri affreschi e con la ‘foratura’ di un pilastro per la
costruzione della scala di accesso. Anche quest’ organo non esiste più in loco.
Vengono poi, in diverse epoche, eretti molti altari di stile in netto contrasto
con il rimanente della chiesa. Nella navata di sinistra viene eretto l’altare
barocco di S. Antonio; anche il cenotafio di Maria d’Enghien viene trasformato
in altare, e lo stesso viene dedicato a S. Francesco. Nel 1721, infine, viene
costruito ancora un secondo coro, sempre in legno, da collocarsi nella quinta
campata (abside). Gli specchi lignei di questi stalli vengono dipinti da P.
Matteo da Noha.
Cenotafi
Da non tralasciare gli splendidi cenotafi a Raimondello Orsini del
Balzo e a Giovanni Antonio del Balzo, siti nella parte absidale
della navata centrale, e quello di Maria d’Enghien, collocato invece
nella chiesa.
Considerando distintamente e separatamente la sepoltura di Raimondello
Orsini, e dove essa venne effettuata, esaminiamo qui questo cenotafio.
Anticamente il monumento aveva una ubicazione diversa. Esso, infatti, era
collocato sulla parete di fondo della precedente abside, che è poi l’attuale
presbiterio, e cioé in quello che inizialmente era il posto d’onore, alle
spalle dell’altare maggiore, di quella chiesa da lui medesimo voluta e
costruita. Dovendosi costruire la nuova abside, e cioé l’attuale coro di forma
ottagonale, questo monumento venne rimosso e collocato nel luogo dove oggi si
trova, in cornu evangeli, rovinando anche alcuni affreschi quivi esistenti. Il
cenotafio si presenta, ancora oggi, mutilo nella parte superiore, mandata in
pezzi, quest’ultima, da un fulmine il 19 novembre 1867. Due colonne con
capitelli traforati, floreali, sorreggono un sarcofago su cui è scolpita
l’immagine del principe rappresentato disteso, vestito dell’abito dei frati.
Due angeli sollevano una tenda per lasciar vedere la figura giacente sul letto di
morte, con la testa ricoperta da un cappuccio poggiata su di un cuscino di
stelle. La parte superiore del sarcofago ha una fascia con tracce di una
iscrizione, con caratteri gotici, illeggibile. La parte inferiore è formata da
una trabeazione scolpita a traforo con leoni alternati a soggetti floreali: al
centro, due leoni sorreggono l’arma degli Orsini del Balzo. Sul sarcofago, poi,
lo stesso principe è riprodotto nuovamente, in ginocchio, a mani giunte. Sempre
in questa parte superiore del cenotafio completano il monumento due colonnine
di forma ottagonale, delle quali è rimasta una sola, che sorreggevano un arco
trionfale monocuspidale all’esterno e a tutto sesto nella parte interna. Al
centro, in alto, ancora una riproduzione dell’arma Orsini Del Balzo, sostenuta
da due orsi rampanti. La lastra in pietra leccese riproducente ancora una volta
l’arma degli Orsini Del Balzo, che si trova tra le due colonne reggenti il
sarcofago, collocata in basso, sembra essere di epoca posteriore.
Si è già detto che l’erezione della quinta campata, o abside, di forma
ottagonale, è stata effettuata per volontà del principe Giovanni Antonio,
intorno alla metà del XV secolo. Anche il suo cenotafio, in stile gotico, viene
eretto in questa abside, dove occupa per intero la parete del lato posto sul
fondo di essa. Il monumento poggia su quattro colonne ottagonali, poggiate su
quattro leoni, in pose diverse e con figure tra gli artigli. Quattro capitelli
floreali sostengono un architrave che a sua volta sostiene il cenotafio. Sull’architrave
sono dipinti quattro stemmi e due ritratti: a sinistra quello di Raimondello,
con le lettere P e R, e a destra quello di Giovanni Antonio, con le lettere: P.
I. A. Al centro di essa una piccola testa di donna: forse la stessa Maria
d’Enghien. Anche la figura del principe Giovanni è rappresentata vestita del
saio dei frati, distesa sul sarcofago, con la testa poggiata su un cuscino
ricamato. E due angeli sollevano una tenda appena aperta. Sulla cornice
superiore, alla fine di un’epigrafe, l’anno 1562; con al centro un medaglione
con l’effigie di Anna Colonna. Al di sopra del cenotafio è collocato un
tabernacolo sostenuto da quattro colonnine polistili tortili. L’arco, a tutto
sesto, è ornato all’interno da quattro fregi recanti ciascuno un mascherone.
All’esterno tre acroteri: due angeli con cartiglio, sui pinnacoli laterali, e
Gesù benedicente, al vertice centrale. Gli spioventi sono ornati con foglie
rampanti. L’arma degli Orsini Del Balzo è sorretta da due angeli in volo.
Nella chiesa di Santa Caterina esisteva anche un terzo cenotafio,
anch’esso molto bello, dedicato alla regina Maria D’Enghien. Di questo
monumento rimangono quattro colonne, delle quali, due sono addossate al
muro e due sostengono quel che rimane di un antico baldacchino gotico. L’arma
posta al fastigio è quella della regina di Napoli. Nel 1700, i Frati, da
questo monumento hanno ricavato l’attuale altare di S. Francesco.
IL TESORO DELLA BASILICA DI SANTA CATERINA
Il Museo del Tesoro della Basilica di
Santa Caterina d’Alessandria, situato negli ambienti dell’ex monastero
adiacente al santuario di Galatina, rappresenta uno dei principali poli del
patrimonio artistico e devozionale del Salento.
Il Tesoro e le
Reliquie
Il museo conserva preziosi argenti liturgici,
paramenti sacri, dipinti (tra cui un Cristo Pantocratore del XIV secolo),
affreschi, frammenti pittorici e sculture ad altorilievo come una Madonna col
Bambino. Tra gli oggetti più celebri vi è il dito di Santa Caterina, che
secondo la tradizione il principe Raimondello Orsini del Balzo avrebbe portato
dal Monte Sinai.
Particolarmente venerata è la reliquia della mammella
di Sant’Agata, martire catanese, distinta quindi dal culto cateriniano ma
custodita nello stesso complesso.
Storia e
leggenda della reliquia di Sant’Agata
- Il miracolo (1126) – La tradizione racconta
che a Gallipoli una donna sognò la santa e, al risveglio, trovò il figlio
con la reliquia tra le labbra: evento ritenuto prodigioso e fondativo del
culto locale.
- Il “furto” di Raimondello (1380) – Il
principe di Taranto, fingendo devozione, chiese di baciare la reliquia e
riuscì a staccarne un frammento con un morso, portandolo poi a Galatina.
- Contesa e custodia – Per secoli Gallipoli ne
reclamò la restituzione. Nel 1835 una decisione ufficiale sancì la
permanenza definitiva della reliquia presso i Riformati di Galatina, dove
è tuttora conservata ed esposta.
Significato
devozionale
La reliquia è tradizionalmente invocata come protezione per le donne affette da patologie al seno ed è custodita in un prezioso reliquiario, simbolo identitario della devozione locale.
Note
(1) Questa la data di fondazione del complesso Cateriniano che si
rileva dallo storico dell’Ordine francescano, Francesco Gonzaga, dall’annalista
dei Frati Minori, Luca Wadding, e dal cronista della Regolare Osservanza della
Puglia, Bonaventura da Fasano. Francesco Gonzaga, da ministro generale dei
Frati Minori, il 23-25 dicembre 1580 aveva visitato S. Caterina. Nel 1587 pubblicò
il De origine Seraphicae Religionis Franciscanae eiusque progressibus, dove,
nella breve monografia sulla casa religiosa galatinese, aveva registrato che
Raimondello Orsini aveva edificato il tempio e il convento "anno Dominicae
Nativitatis 1383". Il Wadding, negli Annales Minorum del 1625, e il Padre
da Fasano, nei Memorabilia Minoritica del 1656, indicano la stessa data. Questi
storici nelle loro indicazioni non riportano documenti, ma l’anno da essi
proposto si ricollega alle date delle bolle papali per la fondazione di questa
chiesa minoritica.
(2) Una data diversa da quella dei precedenti storici, per la
fondazione della chiesa, viene proposta da Baldassarre Papadia nelle Memorie
storiche della Città di Galatina del 1792, dove si afferma che la chiesa di S.
Caterina "fu… costruita nel 1391". Egli però non entra nei
particolari nell’affrontare il problema relativo all’inizio e al termine dei
lavori degli edifici cateriniani, accontentandosi di confermare l’indicazione
cronologica che tuttora è incisa sull’architrave esterno della porta di
sinistra della chiesa. Dunque, sulla base delle diverse testimonianze, si può
affermare con sufficiente sicurezza che intorno al 1383 si può collocare
l’inizio dei lavori di fondazione di questa chiesa e che il 1391 segna il
termine della sua costruzione. Una tale certezza infatti si rileva anche
dall’esame della bolla Pia vota, del 30 agosto 1391, con cui Bonifacio IX, per
invitare i Frati Minori Osservanti nel convento e nella chiesa di S. Caterina
in Galatina, ci fa sapere tra l’altro che Raimondello Orsini con autorizzazione
della Sede Apostolica "construi fecit" il convento e la chiesa
stessa. E alla stessa certezza si perviene con l’esame della bolla Annuere
consuevit, del 23 aprile 1403, con la quale il medesimo Pontefice aveva
provveduto ad esentare dalla giurisdizione, dal dominio e dalla potestà,
dell’arcivescovo di Otranto, l’ospedale e il tempio di S. Caterina, che
Raimondello Orsini "pro animae suae salute de bonis sibi a Deo collatis
fundavit et construi fecit ac utrumque competenter donavit".
(3) Le più antiche chiese romaniche avevano il quadripòrtico,
ridotto poi al nartèce ed in fine al pròtiro. I muri, pertanto, molto spessi
non vengono indeboliti da troppe aperture e rare e molto strombate sono le
finestre. Le colonne sono sostituite dai pilastri. La volta può essere a botte,
a crociera, a vele; e, raramente, in qualcuna più primitiva, a lacunari. La
facciata, infine, può essere monocuspidata, con spioventi laterali, oppure
tricuspidata, con quella centrale molto più elevata delle laterali.